[Parte 2]
Marco era rimasto in ginocchio sul tappeto.
I pantaloni e le mutande sporchi di sborra gli si stavano incollando addosso.
Avrebbe voluto sfilarseli, ma non gli era stato ordinato di farlo.
La Angeloni lo aveva lasciato lì per terra, da solo in quel salotto come un povero coglione.
Se ne era tornata in bagno e aveva iniziato ad asciugarsi i capelli: la sentiva canticchiare nonostante il rumore del phon.
L’immagine della sua fica gli era rimasta stampata nel cervello.
Voleva scoprirne da morire il sapore, l’odore…
Cazzo, avrebbe pagato per sentirselo addosso, sulle mani, quell’odore.
Chissà com’era l’uomo che stava aspettando.
Marco stava provando ad immaginarselo, quando la Angeloni tornò sculettando nella stanza.
Indossava ancora l’accappatoio, ma si era fatta la piega ai capelli e aveva messo delle bellissime scarpe col tacco a spillo, rosse laccate.
«Che dici, sono abbastanza da puttana queste scarpe?»
Era una strega, gli aveva letto nel pensiero.
Molto più probabilmente, forse lei voltandosi a guardarlo, lo aveva visto fissargliele.
«Ti ho fatto una domanda, cane… Ti piace guardarmi i piedi?»
Marco distolse lo sguardo.
La cintura dell’accappatoio lo colpì forte sulla spalla destra: la Angeloni la impugnava come una frusta, e l’aveva appena usata per colpirlo.
Il suo cazzo palpitò di nuovo.
La pelle della spalla iniziò a bruciargli, e ad ogni colpo che la donna gli sferrava bruciava un po’ di più.
«Guarda che ti frusto fino a quando non mi rispondi… Abbaia una volta per dire di no e due per dire sì.»
Iniziò a colpirlo sull’altra.
Non aveva intenzione di darle di nuovo quella soddisfazione, non avrebbe abbaiato di nuovo.
La guardava con aria di sfida e non poteva fare a meno di notare quanto la sua momentanea insubordinazione la stesse facendo innervosire.
Si era davvero calata bene nella parte, la troia.
Continuava sadicamente a tormentarlo con la cintura dell’accappatoio, guardandolo dall’alto dei suoi tacchi a spillo.
«Mi stai sfidando per caso, stupida nullità?»
Un’altra frustata, stavolta in pieno addome.
Marco restò in silenzio, deciso a incassare stoicamente per condurla all’esasperazione estrema.
Tu vuoi giocare con me e io farò altrettanto…
Le frustate si interruppero.
«E va bene: vorrà dire che ti punirò in modo estremamente severo… Aspetta che arrivi Osvaldo.»
Ecco come si chiamava il trombamico della Angeloni.
Osvaldo, come nome, lo faceva pensare a un vecchiardo over 50 con la pancia e pochi capelli, di quelli che magari hanno anche sempre l’ascella pezzata e l’alito cattivo.
Il suo professore di matematica delle medie si chiamava così.
L’idea di quell’uomo così poco avvenente che si era immaginato, intento a scoparsi la sua capa glielo fece tornare di marmo.
Anche il dolore delle frustate, con un po’ di sorpresa da parte sua, aveva condotto a quel risultato.
Il dolore e l’espressione indispettita di Maria.
Il citofono suonò all’improvviso, distogliendolo dalla scena eccitante che gli stava passando per la testa.
La donna corse ad aprire, poi restò davanti alla porta, in attesa che il suo ospite arrivasse.
Il campanello non tardò a farsi sentire.
Osvaldo entrò nell’appartamento senza nemmeno salutarla.
Marco, ancora in ginocchio, intravide un uomo alto togliersi la giacca per appenderla all’attaccapanni.
Entrò in salotto e si accomodò sul divano.
Non rivolse lo sguardo nemmeno a lui, e il ragazzo si mise ad osservarlo.
Era più giovane e decisamente molto meglio di come se lo era immaginato: sulla quarantina, capello riccio castano, barba abbastanza folta. Un bel tipo.
Era rimasto in camicia e cravatta, sembrava che anche lui fosse da poco uscito dal lavoro.
Seduto sul divano, con la gamba accavallata, Osvaldo sembrava estremamente a suo agio in quella casa: forse la frequentava spesso.
Si sentì improvvisamente geloso per il ruolo che l’uomo sembrava avere nella vita della Angeloni.
«Vieni qui.»
Osvaldo fu perentorio e per nulla garbato, ma la donna arrivò subito, senza fiatare.
Restò a guardarla, in silenzio.
Era ancora avvolta dall’accappatoio, e i capelli le cadevano sulla schiena fluenti e morbidi.
«Togliti subito questo straccio di dosso. Ti avevo ordinato di accogliermi in maniera degna, stasera. Lo sai che ho avuto una giornata interminabile…»
«… E il mio dovere è fare tutto quello che tu comandi.»
La Angeloni finì quella frase con un tono di voce che Marco non si sarebbe mai aspettato da una come lei, con il suo temperamento: remissiva, docile… Sottomessa.
Come avrebbe voluto che si rivolgesse anche a lui con quel tono.
«E allora perché non hai obbedito, lurida cagna?»
Il cazzo di Marco sobbalzò di nuovo nelle mutande ancora bagnate dalla sborrata precedente.
Maria Angeloni non rispose.
Teneva la testa bassa e si fissava la punta delle scarpe, e Marco si godeva quello spettacolo dal suo angolino sul tappeto.
«Padrone, veramente dovrei togliermi questo, se mi autorizzi.»
Osvaldo fece un cenno col capo, e lei si slaccio la cintura e lasciò cadere l’accappatoio sul pavimento.
Era spettacolare, tutta nuda con solo i tacchi.
Cosce e culo erano perfetti e sodi come se li era immaginati. Aveva anche uno di quei tatuaggi cafoni che andavano di moda alla fine dei ’90, sulle chiappe, uno di quei tribali un po' sbiaditi.
E in mezzo a quelle tette sarebbe corso ad affondarci la faccia.
«Sarebbe stato meglio se avessi aperto direttamente così…»
«Certo, padrone, la prossima volta lo farò.»
«Avevi un compito se non sbaglio… Lo hai eseguito?»
Maria finalmente si voltò verso di lui.
«Si padrone, guarda.»
Anche Osvaldo lo guardò: aveva gli occhi freddi e distaccati, che non lasciavano trapelare altro se non un malcelato senso di superiorità. Era calato perfettamente nel ruolo del padrone.
Padrone della Angeloni: avrebbe pagato per trovarcisi lui in quella situazione, ma gli era stata assegnata una parte diversa.
«Lui chi sarebbe?»
«Si chiama Marco, sta facendo uno stage da noi, ma è una mezzasega.»
Senza scomporsi, Osvaldo le assestò uno schiaffo sul culo.
«Non mi piace quando usi certe parole, lurida cagna. Ti devo lavare quella boccaccia che ti ritrovi.»
Le fece segno di mettersi giù.
Maria eseguì veloce quell’ordine, si inginocchiò e avvicinò la faccia alla mano dell’uomo, ancora tesa dopo lo schiaffo.
Lui la prese per il mento e la tirò a sé con un gesto rude, le strinse le guance per costringerla a schiudere le labbra e le sputò seccamente in bocca.
Poi la lasciò andare.
La Angeloni deglutì e si rimise velocemente in piedi, il tutto con una tale naturalezza… Doveva essere abituata a quel genere di trattamento.
«Perdonami padrone.»
«Mi stai seccando troppo spesso stasera, cagna. Continua, senza parolacce, a meno che non te lo chieda io.»
Maria si sistemò i capelli e il suo seno si mosse in maniera estremamente eccitante.
«Questo ragazzo lavora per me, mi ha portato dei documenti dall’ufficio e ho pensato di farlo restare. Mi avevi chiesto di trovarmi un cane.»
Osvaldo fece un sorriso che sembrò più una smorfia.
«Bene, così io farò a te quello che tu farai a lui…»
La Angeloni guardò di nuovo verso il ragazzo in ginocchio sul tappeto, anche lei con un ghigno un po’ sadico.
«Si padrone, me lo ricordo, me lo avevi promesso!»
«Brava cagna, allora sentiamo… Come vuoi cominciare a giocare col tuo nuovo giocattolo?»
Andò verso di lui, splendidamente nuda, ancheggiando sui tacchi e muovendo i fianchi al ritmo dei suoi passi sul tappeto.
Piano, molto piano.
Gli arrivò con la fica a un palmo dal naso, e Marco ne approfittò per annusare avidamente.
L’odore pungente che si aspettava, su per le narici, forte, intenso.
Lo voleva sulla lingua, ma non osò tirarla fuori, anche se avrebbe potuto… Era così vicina.
Maria lo prese per i capelli e lo fece rialzare.
Poi lo tirò per una manica, al cospetto del suo padrone.
«Non è malaccio, devo ammetterlo. Hai scelto abbastanza bene, cagna.»
Lei lo guardò soddisfatta.
«E dimmi allora, cosa gli facciamo a questo cane ragazzino.»
Era così eccitato dalla situazione che nemmeno per un istante gli venne in mente di offendersi per quelle parole.
Non aveva ancora capito per quale fortunata congiunzione astrale, ma si era ritrovato catapultato in quel gioco di ruolo con il suo sogno erotico delle ultime settimane.
Pur di avere a che fare con lei sarebbe stato disposto a subire qualsiasi cosa.
«Padrone, guarda cosa ho messo per te.»
Maria si voltò di schiena e si aprì leggermente il culo, spingendolo impercettibilmente verso il suo padrone per mostrarglielo ben divaricato.
Indossava un plug gioiello di quelli col diamantino a cuore, rosso come le scarpe.
Una visione meravigliosa.
Osvaldo annuì.
«Ora io questo me lo tolgo, e ho intenzione di metterlo a lui.»
A Marco la schiena venne percorsa da un brivido di piacere: non si sarebbe mai immaginato di arrivare sul punto di eiaculare al pensiero di una donna che gli infilava qualcosa in culo.
[presto la Parte 4...]