[Parte 1]
Dopo l’incontro nell’ufficio della Angeloni, per Marco andare a lavoro era diventato meno intollerabile.
Continuava ad avere sul cazzo i suoi colleghi e i loro atteggiamenti e discorsi da fanatici… Ma aveva deciso che non li avrebbe ascoltati più.
Ogni volta che qualcuno attaccava a parlargli di numeri, risultati, performance, col cervello tornava indietro al pomeriggio in cui aveva succhiato il tacco della sua capa, ripassando avidamente ogni istante.
Il corpo fantastico della donna, il suo modo di fare così autoritario.
Il tono con cui gli si era rivolta, come aveva cercato di farlo sentire sottomesso e umiliato.
Nella sua immaginazione, ribaltava la situazione, alzandosi dalla sedia su cui lei lo aveva costretto e obbligandola a prendere il suo cazzo, ogni volta in un modo diverso.
Quella mattina, col caffè brodaglia del bar all’angolo in una mano e una sigaretta nell’altra, Marco pensava alla Angeloni a pecora con le mutande abbassate a mezza coscia, mentre i suoi colleghi stagisti ripassavano il piano di azione per la giornata.
Altre riunioni, altre analisi e, soprattutto, altre rotture di coglioni.
Però magari ci sarà lei.
Lei, però, non c’era.
Per tutto il tempo della riunione, Marco sperò di vederla entrare strizzata in uno dei suoi completi eleganti. Un paio di volte la porta si aprì, ma non apparve nessuna strafiga.
A fine giornata, non vedeva l’ora di tornarsene a casa e farsi una sega per mandar via un po’ della frustrazione accumulata.
Altri venti minuti, e lo strazio sarebbe finito.
Ho parlato troppo presto.
«Marco, accompagnami di sopra, ci servono dei documenti.»
CI?
A lui serviva solo tornarsene a casa, e invece il suo responsabile aveva deciso di fargli smazzare l’ultima rottura di cazzo del giorno.
Mentre salivano al piano degli uffici, a Piero squillò il telefono.
«Dottoressa»
Forse è lei.
Anche Piero, che con lui e gli altri stagisti del gruppo era un vero palo in culo, quando parlava con la Angeloni diventava una sorta di cagnolino scodinzolante.
Trafelato, stava tentando di rassicurarla sulla regolarità di una certa operazione.
«Sto tornando in ufficio per recuperare il fascicolo, dottoressa. Le garantisco che è tutto ok.»
Marco lo seguì e restò a guardarlo mentre buttava all’aria la scrivania cercando il famigerato fascicolo.
Quando alla fine lo trovò sul fondo di un cassetto, Piero lo aprì e le lesse alcuni dati.
Fu comunque costretto ad arrendersi, perché la donna dall’altro capo del telefono continuava ad obiettare.
«Dottoressa, adesso se vuole le scannerizzo tutto…»
Anche Marco riuscì a sentire distintamente il No stizzito della Angeloni.
Piero iniziò a camminare nervosamente su e giù per il suo ufficio, ascoltando tutto quello che la sua interlocutrice gli stava gridando contro.
Quando attaccò, era scuro in volto e decisamente nervoso.
«Fammi un favore. Trova qualcuno che porti questi documenti alla Angeloni. Ha detto che esige di visionarli di persona.»
La troia…
Quel tono impositivo la rendeva ancora più eccitante.
«Vado io.»
Non poteva farsi sfuggire un’occasione del genere.
Si fece dare l’indirizzo: pieno centro, poco distante da lì.
A Marco già tiravano i pantaloni all’idea di arrivare a casa della donna e trovarsela davanti.
Con il fascicolo nello zaino, uscì dall’edificio e iniziò a correre.
Sembro un morto di fica, arriverò tutto in disordine.
Ma il pensiero di afferrare la Angeloni per i capelli e costringerla a prendergli il cazzo in quella volgare bocca rifatta gli faceva quasi sentire male alle palle.
Svuotargliele addosso era diventato prioritario, in quel momento.
Non ci mise nemmeno dieci minuti per raggiungere la sua destinazione.
Aspettò un attimo prima di citofonare, così l’affanno sarebbe passato.
«Buonasera Dottoressa, sono Marco Orazi, ho qui dei documenti per lei.»
E anche il mio cazzo, se lo vuoi, stronza.
Che gran colpo di culo che quella fanatica avesse preteso di avere gli originali.
Dal citofono non si sentiva più niente.
Magari era andata ad aprire mezza nuda e ora stava tentando di coprirsi come poteva… O magari indossava ancora gli abiti da ufficio, quelle giacche strette in vita che le mettevano così bene in risalto i fianchi.
«Salga. Sesto piano.»
Ora ti chiavo, puttana.
«Orazi, non usi, l’ascensore, faccia le scale.»
Che strana richiesta…
A ogni gradino, gli sembrava che il cazzo diventasse più duro.
Quando finalmente raggiunse il sesto piano, era spettinato, col fiatone e, probabilmente, dopo la giornata di lavoro, la corsa e dodici rampe di scale, puzzava anche un po’.
Che figura di merda.
Tentò di sistemarsi come meglio poteva i capelli e cercò di individuare l’appartamento della donna.
Una delle porte del pianerottolo era stata lasciata socchiusa.
Sul campanello c’era il cognome di lei; Marco entrò.
«Permesso…»
Richiuse la porta alle sue spalle.
«Ti ho invitato ad accomodarti, per caso?»
Era entrato in un ambiente poco illuminato, un salotto con un paio di divani in un angolo e due o tre lampade sparse in giro.
Marco restò fermo davanti alla porta d’ingresso, ancora col suo zaino in spalla.
«Le ho portato i documenti che le servivano.»
«Appoggiali pure sul divano.»
Eccola Maria Angeloni.
Meglio di un porno, molto meglio di quanto si era immaginato.
Apparve in salotto in accappatoio, con i capelli bagnati e i piedi scalzi.
In quella casa faceva caldissimo, o forse era solo lui a sentirsi surriscaldato.
«Orazi, il fatto che tu abbia chiuso la porta, mi fa capire che pensi di poter rimanere.»
Si sentiva il cervello svuotato, come se tutte le energie da lì, fossero defluite verso il basso, direttamente al cazzo.
«Non ti sembra di aver esagerato?»
Lui restò zitto, col fascicolo ancora in mano: quanto le doveva piacere il suono della sua voce a quella troia.
«Che bell’occasione ti è capitata, di portarmi questi documenti… Che ovviamente non guarderò prima di domattina, ma è così bello vedervi trottare per cercare di compiacermi!»
Gli si avvicinò e gli tolse il fascicolo di mano.
«Tipo stasera, mi è bastato alzare un po’ la voce per farti arrivare qui subito. E puzzi anche…»
Le avrebbe strappato l’accappatoio di dosso senza darle il tempo di parlare, ma continuò a starsene muto e completamente immobile.
«Ti ho fatto fare le scale perché ora puzzi anche come un cane, perciò, se vuoi restare, mettiti a quattro zampe e vai a cuccia in quell’angolo.»
Il Marco Orazi di tutti i giorni non lo avrebbe mai fatto, ma in quel momento gli sembrò la cosa più naturale del mondo.
Si mise a terra e gattonò esattamente dove gli era stato ordinato.
«Non ti fa male muoverti così, col cazzo duro? Perché lo so che ce l’hai duro da quando hai preso il fascicolo per venirmelo a portare.»
Anche da prima.
«Scommetto che vorresti scoparmi, che non vedi l’ora di infilarmelo ovunque…»
Marco dal suo angolo, in ginocchio, avrebbe apprezzato anche semplicemente potersi fare una sega.
L’accappatoio le andava un po’ largo, e sembrava che da un momento all’altro le sarebbe scivolato di dosso.
«Ti ho chiesto se vorresti scoparmi. Rispondimi, cane.»
«SI.»
«I cani non parlano, abbaiano.»
La troia riuscì anche a farlo abbaiare.
«E invece no. Non mi scoperai stasera. Ma sei fortunato: ho deciso che da oggi sei il mio cane. Starai lì per terra, buono, col cazzo che ti esplode, perché vorresti questa…»
Si alzò l’accappatoio quanto bastava per mostrargli la fica, perfetta, completamente depilata, con le grandi labbra leggermente sporgenti.
La schiuse piano, per fargliela vedere bene.
Sarebbe corso ad affondarci la faccia dentro.
«La vorresti vero? Ti piacerebbe toccarla, infilarci le dita, la lingua, il cazzo.»
Ad ogni parola della donna, le palle di Marco facevano sempre un po’ più male. Era un dolore quasi intollerabile, si sarebbe venuto nelle mutande anche quella sera.
«Sta arrivando un amico, uno che mi scopo. Magari ti lascerò guardare, mentre mi fa quello che vorresti farmi tu.»
Aveva i pantaloni grigi, la macchia di sborra si sarebbe sicuramente notata.
La troia si mise a ridere e se ne tornò in bagno per prepararsi all’arrivo del suo amante, lasciandolo a quattro zampe sul tappeto del salotto.
[Parte 3]